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Festival dell'ipocrisia

Con tutto il rispetto e la commozione che si può avere di fronte alla morte di un uomo, è inaccettabile questo festival dell’ipocrisia, questo trionfo del moralismo falso che scoppia dopo ogni tragedia, in particolare dopo quelle che si ricollegano, o si vogliono ricollegare, al mondo dello sport.

Di pochi minuti fa è la notizia del decesso di un ispettore di polizia in seguito agli scontri ed ai disordini che si sono verificati prima durante e dopo la partita catania-palermo valevole per il campionato di calcio di serie A. Qui non si vuole in nessun modo giustificare atti e atteggiamenti che hanno poco a che vedere col rispetto per il prossimo, ma non è giustificabile neanche che si sputino sentenze e giudizi senza che prima venga verificato con attenzione ciò che è successo realmente. Sono stati già sospesi tutti gli  incontri di calcio in programma per il week-end e tutti i campionati di tutti i livelli a tempo indeterminato. Il trionfo dell’ipocrisia e del moralismo falso che può al più portare ad una esasperazione ulteriore della situazione. I luoghi comuni stanno già saltando fuori dal tubo catodico con grande disinvoltura, chi più ne ha più ne metta.

Chi ha lanciato quella bomba carta probabilmente non intendeva neanche farlo e di certo non intendeva uccidere; in quelle situazioni di agitazione, esaltazione e scariche di adrenalina non si riesce facilmente a rimanere razionali ed a comprendere le conseguenze  che le proprie azioni possono comportare. Di certo una persona di buon senso non si mette in condizione di trovarsi in quella situazione. Ma bisogna comprendere le realtà sociali sottoprodotto di una cultura deresponsabilizzatrice ed oppressiva che è la stessa per la quale si vogliono sospendere i campionati.

Si è parlato di omicidio, di ispettore di polizia rimasto ucciso, ma non si può sovvertire la realtà in particolar modo in situazioni gravi di questo genere. Il poliziotto è morto in un incidente, per le esalazioni provocate da una bomba carta, non per la deflagrazione.

Ma al di là del linguaggio ciò che si può dire con certezza è che siamo di fronte ad un problema sociale. Non è normale che negli stadi ci siano veri e propri eserciti di persone che sentono il bisogno o si trovano nella necessità di provocare delle specie di guerriglie urbane. Se questo avviene vuol dire che esiste un blocco sociale che non può che essere la diretta conseguenza di politiche pervasive anche nella sfera della coscienza degli individui. Si parla già di tolleranza zero, quindi di violenza che chiamerà ulteriore violenza, di un ulteriore interventismo atto ad imporre un’egemonia sulla visione dell’esistenza umana. Ogni volta si deve giungere ai risultati più nefasti per porsi degli interrogativi su situazioni che sono davanti agli occhi di tutti ogni giorno. Perché in italia non è possibile avere stadi sul modello anglosassone dove gli spettatori sono a pochi metri dal campo? Gli italiani sono degli animali mentre gli inglesi no? La realtà è che in italia le condizioni socio-economiche figlie di una cultura che ha una visione paternalistica dello stato producono una società povera e deresponsabilizzata che sente il bisogno di sfogare delusioni e frustrazioni subite nella vita quotidiana e trova queste zone franche nelle curve degli stadi.

Si può anche impiccare in piazza l’autore del gesto efferato, ma non servirà a creare questa tanto invocata “coscienza collettiva” (cosa vorrà dire?), non servirà a “civilizzare” queste persone che se anche cadono nel peccato possono essere scusate perché non siamo componenti di un ordine sociale in cui homo faber fortunae suae ma di un ordine statico in cui molto spesso per ognuno il destino è già segnato alla nascita.

Un uomo è morto, altri ne continueranno a morire.

Pubblicato il 3/2/2007 alle 0.57 nella rubrica Diario.

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