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per la conquista della libertà nell'ottica di un processo di indipendenza del salento


Diario


1 luglio 2012

finmeccanica

compriamo finmeccanica con target price a 5 euro. così pare che vada.. chi si fida?




permalink | inviato da salentolibero il 1/7/2012 alle 3:53 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


1 luglio 2012

montezemolo

io non voto montezemolo




permalink | inviato da salentolibero il 1/7/2012 alle 3:51 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


2 luglio 2011

IBL verso deriva statalista?

Non so se sia un bene o un male, ma l'IBL sembra faccia parte ormai del potere costituito, anziché combatterlo si inserisce nei gangli del parastato. 

Vengono spacciati papers tra i cui autori spiccano nomi che non convincono.
Ad esempio Marco Ponti, fautore di un interventismo puro, uno che vorrebbe far pagare la benzina 5€ al litro, che sostiene il salario minimo, apprezza Keynes ed elogia le politiche del New Deal.
Sicuramente a proposito di economia dei trasporti è molto preparato, ma siamo sicuri che soluzioni basate su price cap e autorità garanti in generale siano liberali?
Non vorrei che l'IBL fosse stato contaminato dal democristianismo tipico italiano e avesse iniziato a proporre soluzioni in stile Giavazzi che sanno tanto di pseudo-liberalismo neostatalista.
Spero davvero di sbagliarmi, soprattutto per la stima che nutro nei confronti dei fondatori di questo think tank.




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10 giugno 2010

...

Una cosa hanno in comune politici e burocrati: l’ideologia dell’intolleranza. Non possono sopportare che gli altri uomini pensino diversamente o vogliano qualcosa d’altro. Ritengono la loro ideologia più importante del destino dei cittadini del fatto che i cittadini hanno problemi che con la politica possono essere risolti. Ideologi non portano avanti la nostra esistenza; risolutori di problemi, di questo abbiamo bisogno, la classe media, la borghesia con misura e mezzi, con buon senso e con cuore di questo abbiamo necessità. Noi libertari asseriamo che siamo tutti uguali solo davanti alla legge, ma per il resto siamo molto diversi uno dall’altro ed ognuno ha il diritto di trovare la propria via alla felicità.

Dobbiamo sentirci dire che noi libertari pensiamo solo alla riforma fiscale e al nostro modello di sanità. Quante stupidaggini. In Italia, ma anche nel resto d’Europa, il super ricco può cercarsi nel mondo lo Stato dove più gli conviene abitare, dove paga meno tasse; chi è veramente ricco non è confrontato con la catastrofica situazione del sistema sanitario,  può garantirsi le migliori prestazioni mediche in assoluto nel mondo. Per il povero, che nulla ha, certo che lo stato alla fine in qualche maniera interviene. Ma cosa succede ai cittadini che hanno un po’ meno di tutto e più di niente? Per queste persone si ingaggiano solo i libertari. 47% dei cittadini italiani produce il 94% delle entrate fiscali dello Stato. Queste sono dinamiche che non possono funzionare. Non possiamo continuare ad aumentare il carico di chi tira il carretto. Questa è la base del nostro ragionamento e per cui è indispensabile, urgente e irrimandabile una riforma fiscale: deve tornare ad essere conveniente lavorare. Prestazioni devono convenire e chi lavora deve permettersi di più di chi non lavora, altrimenti non vi è giustizia sociale.




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11 febbraio 2008

La notte della Ragione

L’invito, se possibile, è a leggere questo articolo prima di tutto come uno scandalo logico-semantico, e solo in secondo luogo, eventualmente, come la denuncia di una macroscopica ingiustizia, peraltro ormai nota al mondo intero.
La notizia è questa: una lista di 162 professori universitari, in maggioranza ebraici, pubblicata da un non meglio identificato “blog”, ha scatenato un finimondo a livello mediatico e politico, risolvendosi in una condanna compatta e univoca contro gli autori di quella lista.
"Siamo in presenza di un evento inquietante - ha detto Anna Foa, docente di Storia moderna dell'università La Sapienza di Roma - Chi si è reso autore di questa iniziativa delirante ha commesso un reato e va punito". Mentre il rettore Renato Guarini, “interpretando i sentimenti di tutta la comunità universitaria”, lo ha definito un “inaccettabile atto di intolleranza". Chiude la fiaccolata dello sdegno l’immancabile Walter Veltroni, con un chiaro invito al “rifiuto di ogni forma di discriminazione e di odio".(ANSA).
Ma che cosa conteneva di così grave questa “lista”? Di cosa erano accusati, coloro che vi comparivano?
Di "fare lobby". Questa è la notizia ufficiale, riportata ieri dai giornali e dalle TV.
Ohibò, “fare lobby”. E in che cosa consisterà mai, questo curioso peccato capitale, del quale non si può accusare nessuno senza addirittura “commettere un reato”?
Trattandosi di una parola inglese, ci rivolgiamo direttamente al dizionario, ...
... dove troviamo questa definizione:
LOBBY:
“A group of persons who work or conduct a campaign to influence members of a legislature to vote according to the group's special interest”. “Un gruppo di persone che si adoperano o conducono una campagna per influenzare i membri di una legislatura a votare secondo gli interessi particolari di quel gruppo”.
Dov’è il problema, quindi? Una volta stabilito che si utilizzino esclusivamente dei mezzi legali per “influenzare” i legislatori, non si comprende dove possa stare la pietra dello scandalo.
Non solo le lobby in Italia non sono proibite – in America poi sono una vera e propria istituzione - ma fanno parte integrante di una società che da un lato è basata sulla competizione e sul libero mercato, e dall’altra sulla sacrosanta libertà di espressione.
Se quindi io voglio convincere un parlamentare a promuovere una legge che favorisca le auto a olio di colza invece di quelle a benzina, perchè mai non potrei farlo?
Nel libro di Mauro Fotia “Le lobby in Italia: gruppi di pressione e potere”, c’è addirittura una sezione intitolata “Lobby e Istituzioni”, nella quale ad esempio leggiamo (pag. 29): “Una lobby è altresì in grado di presentarsi come la fonte più autorevole delle informazioni più aggiornate nel settore in cui opera e in ogni caso di risultare di gran lunga superiore alle fonti autonomamente attivabili dalla presidenza delle camere, delle commissioni o dai singoli parlamentari. Infine, una lobby ha la concreta possibilità di dimostrare plausibilmente la congruenza fra i suoi interessi specifici e quelli più generali, almeno, ma non solo, per quanto attiene alla regolamentazione della tematica di cui si occupa.”
Che cosa c’è quindi di così scandaloso nel sentirsi accusare di “fare lobby”? Anzi, visto che le persone elencate in quella lista hanno chiaramente degli interessi in comune, sarebbero ben poco astuti ad agire ognuno per conto proprio, senza coordinare i loro sforzi verso un obiettivo comune.
Dove starebbero quindi l’odio e la discriminazione di cui parla Veltroni, da parte di chi li “accusa” di “fare lobby”? Ma dove starebbe soprattutto il “reato” compiuto da costoro, nel pubblicare quella lista, visto che si sostiene che un certo gruppo di persone compie un’azione del tutto legale?
Lo ripetiamo, per maggiore chiarezza: o ciò che fanno questi professori è illegale, e allora vanno semplicemente arrestati e processati, oppure è legale, e allora non si comprendono ne l’ “accusa” da parte dei blogghisti ai professori, nè lo scandalo da parte di questi ultimi, nè soprattutto dove stia il “reato" dei primi.
Siamo di fronte a un tale paradosso logico-semantico, che viene il sospetto che al gruppo di professori abbia dato in realtà fastidio il semplice fatto di essere stati “elencati”. E’ possibile cioè, essendo ebrei, che il fatto stesso di veder comparire il proprio nome in una qualunque lista possa evocare in loro i tristi ricordi delle leggi razziali, delle deportazioni e dei campi di concentramento.
Forse è questa la “discriminazione” di cui parla Veltroni, nel tornare in qualche modo a “ghettizzare” gli ebrei di oggi, e in questo senso si può anche dargli ragione. “Fare le liste” è brutto comunque, per principio, perchè scava inevitabilmente un solco fra gli esseri umani che diventa poi più difficile da appianare.
Non è bello dire “i negri”, “gli omosessuali”, o “le donne” - anche se si vuole magari difendere la loro categoria - perchè nel farlo si riafferma comunque una loro “diversità", discriminandoli in ogni caso.
Anche in questa ipotesi, però, la logica si scontra con i dati di fatto: non sono gli ebrei stessi a sostenere di essere diversi? Non dicono loro di essere il “popolo eletto”? Un volta chiarito che “popolo eletto” non significa necessariamente “favorito” (per quel che ne sappiamo, possono anche essere stati “scelti” per prendere botte da tutti, e sui disegni del Creatore non possiamo certo metterci a discutere), resta il fatto – storico, innegabile e onnipresente – che siano sempre stati gli ebrei a non volersi mescolare al resto dei “goyim”.
Padronissimi di fare gruppo a parte, naturalmente, ma questo impone ora di escludere un risentimento da parte loro per essere stati identificati come ebrei. Sono i primi a far notare al mondo si esserlo, e ci tengono pure da morire.
Quindi? Che cosa ci rimane, a questo punto?
Rimane solo quel fantasma, indefinito e inafferrabile, chiamato “antisemitismo”.
Tu ce l’hai con me - sostiene l’ebreo che accusa un non-ebreo di antisemitismo - e questo non puoi farlo. Tu non mi puoi odiare, non mi puoi schernire, non mi puoi disprezzare, perchè io ho già avuto sei milioni di morti, e ho sofferto abbastanza.
Ora, gli ebrei - almeno quelli intelligenti - non pretendono certo di stare simpatici a tutti, però chiedono - pare di capire – di tenersi per sè eventuali antipatie, per non fomentare ulteriormente violenza contro di loro.
E si potrebbe pure dargli ragione, anche perchè il pregiudizio non è comunque una bella cosa, e alimentarlo negli altri va evitato in ogni caso.
Ma allora perchè, ci si domanda, quando Oriana Fallaci parla dei musulmani come se fossero topi di fogna, le sue parole finiscono addirittura in prima pagina sul Corriere, e nessuno trova nulla da ridire?
Che differenza c’è fra parlare male di un musulmano – o di tutti i musulmani insieme - e parlare male di un ebreo, o di tutti gli ebrei insieme?
Seminando disprezzo verso una qualunque etnìa, gruppo o religione, non si fomenta forse un eventuale odio latente verso quella etnìa, gruppo o religione, qualunque essi siano?
Che differenza c’è, quindi, fra un “antisemita” e un “antimusulmano”, e perchè mai il primo andrebbe “punito” a termini di legge, e il secondo addirittura premiato con le prime pagine dei più prestigiosi quotidiani?
Forse perchè gli ebrei hanno avuto l’Olocausto, e i palestinesi no?
Anche qui si va a cozzare dritto contro la storia: il fatto che nelle scuole non si insegni che cosa è stata la Nakba non significa che non sia mai esistita. Ne vogliamo davvero parlare?
Quindi, siamo punto e accapo: non si riesce a trovare un solo motivo valido di risentimento, da parte di quei 162 professori, che non sia il fatto stesso di essere stati “elencati”.
E allora guardiamo bene che cosa ha fatto, ad esempio, lo Steven Roth Institute, un organismo con base a Tel Aviv che si occupa di catalogare e denunciare, paese per paese, i mille fatti di “antisemitismo” che accadono nel mondo:
Ha pubblicato una lista! Anzi, ne ha pubblicato dozzine, di liste, una per ogni nazione in cui essi ritengono che esista anche solo un potenziale focolaio di “antisemitismo”.
Nella pagina che riguarda l’Italia troviamo elencati, ad esempio, il “Partito dei Comunisti Italiani”, il “Partito della Rifondazione Comunista” e la “Federazione dei Verdi”, che sono fra l’altro definiti degli “anti-parliamentary parties”, ovvero dei partiti in qualche modo “contro il Parlamento” [?].
Sono poi elencati, con nome e cognome, gli esponenti più in vista delle varie associazioni islamiche, come ad esempio Roberto Hamza Piccardo, oppure il chirurgo siriano Mohammad Nur Dachan, divenuto cittadino italiano. Ci sono scrittori come Dagoberto Bellucci, Claudio Mutti o Maurizio Blondet, siti Internet come 11settembre.net, Disinformazione o ComeDonChisciotte, e quotidiani come il Manifesto o lo stesso Corriere della Sera.
Insomma, paragrafi e paragrafi di elenchi dai quali non sembra salvarsi praticamente nessuno: tutti in qualche modo ce l’avrebbero con gli ebrei, e tutti vengono accuratamente etichettati e catalogati come “antisemiti”.
Dal che si deduce, per tornare al discorso iniziale, che sia lecito elencare chi è “antisemita”, ma chi è “lobbysta” no. Siamo cioè alla notte della Ragione.


Massimo Mazzucco (luogocomune.net)




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9 febbraio 2008

Salento? Si. Orgoglio e pregiudizio? No

L’atteso ritorno delle voci irredentiste del fin troppo “redento” Salento, mi induce a un duplice e contraddittorio stato emotivo. Da un lato, infatti, la mia anima romantica non può che gioire nel constatare come questa irripetibile terra, pur dopo un processo  di omologazione forzata operata a partire dall’assurdo accorpamento alla Puglia nel 1945, riesce ancora a produrre conati di dignità, brividi identitari, sussulti di fierezza.  D’altro canto, non poca è la preoccupazione della mia anima libertaria davanti al bivio che tradizionalmente si palesa innanzi ad ogni sogno indipendentista, ossia la doppia faccia della medaglia secessionista e federalista. Se, infatti, come dice Dino Colafrancesco "la destra è apologia del radicamento, la sinistra dell'emancipazione", ogni ipotesi di separazione da un aggregato nazionale, regionale o d’altro genere può esser letto attraverso ognuna delle due lenti citate. In un’ottica proudhoniana, di “federalismo delle differenze”, la scissione da più ampie entità rappresenta l’emancipazione e, in quanto tale, la modernità. In questa concezione, il federalismo si coniuga con l’autonomizzazione, non solo di settori di territorio, ma soprattutto degli individui che lo calpestano. E’ la pratica dell’autogestione che si realizza mediante libere associazioni e liberi contratti. Una dinamica questa che investe ogni aspetto, da quello economico a quello giuridico, e che parte dalla sicurezza che l’armonia nasce dalla complessità, dalla differenziazione e non, come spesso si crede, dall’unità indifferenziata. In tal senso, di questo processo non può che far parte anche il decentramento. Accanto a tale visione, però, è facile constatare l’esistenza di una opposta concezione in cui il decentramento non è più un mezzo per l’individuazione e la differenziazione, bensì il fine ultimo in una logica di salvaguardia proprio di una unità indifferenziata cui si danno connotati etnici.  Questa corrente di pensiero è inquadrabile nella cosiddetta “nuova destra” ed è perfettamente rappresentata in Italia dalla Lega Nord. La nuova destra, i cui ideologici vengono spesso incomprensibilmente vezzeggiati da certa ultra-sinistra (?) anarchica (?), si caratterizza per il rigetto della modernità intesa quale luogo del livellamento di un ordine mondiale basato sugli ideali universalisti e ugualitari post-illuministici. Lungi dal produrre un pensiero centrato sull’autonomia dinamica degli individui liberamente arrangiati, il federalismo neo-destro vede il suo perno nel radicamento, nella premoderna stasi della comunità organica, della antica Gemeinshaft in cui la cesura fra dentro e fuori era netta e corrispondente alla coppia amico-nemico.  Il meccanismo di esclusione che si determina nella psicologia dello pseudo federalismo legaiolo è stata spiegata da Gianfranco Miglio: “le differenze tra il Nord, il Centro e il Sud, alla base della proposta di tre macroregioni all'interno di un'Italia confederale, si giustificherebbero in un diverso modo di comportarsi, ragionare, vivere, e anche se vi sono - annota Miglio - perfino biologi che sostengono la permanenza di elementi genetici, come quelli etruschi e celti, alla base delle differenti identità, "quello che conta è individuare delle aree in cui gli abitanti sentano coloro che stanno al di fuori come estranei: la conflittualità amicus-hostis". Insomma, secondo un catechismo che deve ben poco a Proudhon e Cattaneo, ma molto a De Benoist, Evola  e Faye, i popoli minacciati è solo radicalizzando i loro progetti indipendentisti, facendo leva sull'etnonazionalismo, che potranno contrastare quella modernità che si fonda su quei diritti dell'uomo che cancellerebbero le abitudini culturali e il senso di appartenenza alla comunità. Il nemico, insomma, è ogni forma di liberalismo e libertarismo. Il fine è la riproposizione di vere e proprie piccole nazioni su base etnica, le heimet della tradizione germanica.
Esiste, è vero, anche se all'interno dei movimenti indipendentisti italiani una corrente intellettuale liberal-libertaria che  contrappone alla nazione “oggettiva” teorizzata dal federalismo etnico la nazione delle volontà, sulla scorta dell’ultimo Rothbard (quello di “Nazioni per consenso”) e di Hans Hermann Hoppe, ma è talmente minoritaria che la sua flebile voce scompare fra i rutti cognitivi del populismo padano. Al più, rischia talvolta di fornire nobilitazione intellettuale ad alcune ben poco nobili tendenze razziste della base. Il pregiudizio nei confronti dell'altro ne è il collante.
In definitiva, come libertario (e, incidentalmente, come salentino), sogno un federalismo proudhoniano che, come ogni lungo viaggio, può iniziare con un piccolo passo, anche dallo  svincolare il tacco d’Italia dalla colonizzazione pugliese che ne ha permesso, in barba alla storia precedente l’unità, l’emarginizzazione. Poca cosa? Certo. Ma giusta.
Mi duole però notare come dietro la rinnovata voglia d’autonomia del Salento ci siano personaggi più legati alla cultura della nuova destra che al federalismo libertario. Non solo, ma espressione di quella destra, tra l’altro, che più statalista non è possibile immaginare. Due considerazioni mi sorgono allora spontanee o, meglio, due citazioni mi vengono in soccorso. La prima è di un grande liberal-libertario, precursore dell’anarco-capitalismo di cui pure si fanno alfieri molti confusi ideologi federalisti contemporanei, Bruno Leoni, il quale diceva che il padrone vicino non è necessariamente meglio di quello lontano. La considerazione sulla qualità del “padrone” mi porta quindi alla seconda citazione, quella di un proverbio partenopeo che, più o meno, sentenzia che “è meglio essere testa di sardina che coda di balena”. Non vorrei che, sfruttando strumentalmente la sacrosanta insofferenza dei salentini, sia questa massima napoletana il vero primum movens dei fautori dei nuovi salotti dell’orgoglio salentino.

Luigi Corvaglia




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9 febbraio 2008

SALENTO LIBERO, PARTE LA CAMPAGNA PER LE ADESIONI

Al via la campagna di sostegno per la nuova formazione politica capeggiata da Mario De Cristofaro “Salento libero”, che vorrebbe la nascita di una nuova Regione. “Entro quest’anno – dice Bruno Ricchiuto - Salento libero punta a costituire i propri nuclei in almeno la metà dei comuni della provincia di Lecce e siamo certi di conseguire tale risultato perchè stiamo constatando giorno per giorno che i salentini sono consapevoli di dover costruire il proprio futuro da protagonisti e non da comparse, da liberi cittadini e non da sudditi che devono chiedere persino l’elemosina di qualche tratta ferroviaria o rotta aerea in più”.

E Mario De Cristofaro, dal canto suo, dice: “Quando ho lanciato l’idea di creare la Regione Salento non pensavo di registrare tanto entusiasmo intorno alle ragioni culturali, economiche e sociali che ne giustificano la nascita e che Salento libero sta portando tra i cittadini con crescente successo. E’ la prova – aggiunge - di come sia giunta l’ora di superare gli steccati partitocratici ed ideologici voluti, alimentati ed imposti dalle oligarchie dominanti che vogliono continuare a tenere divisi i salentini per consolidare il loro sistema di potere affaristico”.

Chi vuole sostenere la battaglia di Salento Libero per la nascita di una nuova Regione può contattare la segreteria di Mario De Cristofaro a Lecce in via di Pettorano (tel. 0832-245636) aperta tutti i giorni -escluso sabato e festivi- dalle ore 18 alle ore 20.

da "lecceprima.it"




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7 febbraio 2008

E NASCE IL COMITATO “BARI NON È IL MIO CAPOLUOGO”

E arrivò il comitato "Bari non è il mio capoluogo" a dirimere la diatriba fra la Confindustria leccese e il capogruppo dei Ds alla Regione, Antonio Maniglio. Venerdì alle 18 sarà presentato in conferenza stampa presso il comitato elettorale del candidato sindaco Mario De Cristofaro, in via Di Pettorano, numero 6. Intervreranno la docente universitaria Dora Liuzzi e De Cristofaro.

Fra gli obieetivi del comitato quello del Salento regione."La penisola salentina è culturalmente un'isola - spiega il presidente Salvatore Cristian Sturdà -. La regione non è infatti assolutamente assimilabile alla Puglia, sia dal punto di vista linguistico che da quello architettonico, sia negli usi che nei costumi; il tutto per sottolineare, ancora una volta, come per storia e tradizione la popolazione salentina sia lontana da quelle dei popoli di origine pugliese e rimarcando un senso di appartenenza troppe volte trascurato anche dagli amministratori salentini che siedono in quel di Bari". Il presidente lamenta una ripartizione delle risorse economiche a scapito del Salento, "a cui viene destinato per le infrastrutture complessivamente meno di un quarto dei denari destinati all’area barese. Il baricentrismo è ormai sotto gli occhi di tutti; basta vedere cosa sia accaduto con il bando per le tratte aeree internazionali, in cui l’area salentina finirà ancora una volta per essere mortificata, il tutto nonostante la crescente richiesta dei turisti di poter raggiungere facilmente il Salento".

E allora il comitato s'impegna a garantire la dignità morale, spirituale e le aspirazioni economiche e sociali del popolo salentino, rispettando le sue tradizioni di civiltà e di cultura e ispirandosi ai valori di libertà personale e di solidarietà, a tutelare i diritti dell'uomo e a stimolare esperienze culturali, politiche, capaci di rinnovare le istituzioni e di esprimere e sollecitare le potenzialità creative. L'associazione annuncia di configurarsi anche quale osservatorio permanente dei diritti dell’infanzia, della terza età e delle persone in svantaggio fisico e sociale, di gravi fenomeni sociali, quali la dispersione scolastica e il disagio giovanile.

"Durante i lavori dell'Assemblea Costituente- ricorda il socialpopolare De Cristofaro-, si discusse di fare della Puglia e del Salento due regioni diverse. Il tutto si concluse con un nulla di fatto a causa della ferma contrarietà da parte di alcuni politici molto influenti. Oggi, nonostante alcune timide prese di posizione provenienti quasi esclusivamente dall'ambito intellettuale, le aspirazioni dei salentini all'autonomia regionale sembrano ormai svanite. Recentemente, però, l'idea è stata riproposta da alcuni politici leccesi dell'area di centro-destra".

da "lecceprima.it"




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7 febbraio 2008

“LASCIO AN PER ADERIRE AL PROGETTO DI “SALENTO LIBERO”

“Mi dimetto dall’Assemblea nazionale di An per aderire al nuovo movimento politico di Mario De Cristofaro”. Non sappiamo quanto travagliata sia stata la decisione per Bruno Ricchiuto di lasciare un posto nell’assemblea nazionale del partito del presidente Fini, ma evidentemente ha trovato la formula politica, che è poi è un vecchio amore del suo promotore, Mario de Cristofaro, assai convincente e intrigante, tanto da buttarsi a capofitto per dare il suo contributo concreto al neonato “Salento Libero”, ambito baluardo dalla cui vetta un giorno affacciarsi e vedere il Salento i cui confini sono diventati quelli di una Regione (http://www.lecceprima.it/articolo.asp?articolo=6017).

“Da tempo si parla di questo nostro territorio come di una entità sociale e, soprattutto, di una realtà economica che può trovare nella configurazione geografica il volano del suo sviluppo – afferma Ricchiuto. E aggiunge: “Putroppo, però, al di là delle poche iniziative private, nulla in passato è stato fatto per sostenerlo. Anzi, sono stati tanti, che in nome di un’appartenenza molte volte hanno trascurato gli interessi di un territorio e accettato compromessi poco utili alla causa”. Ed ecco l’appoggio ufficiale al progetto di De Cristofaro: “Per questo approvo in pieno - dice – l’inizitiva del presidente Mario De Cristofaro, perché consentirà al Salento un riscatto politico e territoriale. E’ soprattutto un progetto che permette di restituire la dignità e l’orgoglio di appartenenza ad ogni nostro cittadino, ed è un regalo che nessun partito politico sino ad ora ha mai offerto”.

Da qui la dichiarazione ufficiale di Ricchiuto: “Lascio Alleanza nazionale e aderisco con immenso orgoglio a questa straordinaria iniziativa politica e sociale che ha il solo scopo di ritrovare a di far riconoscere a tutti i cittadini del Salento l’importanza di un progetto che finalmente riscatterà un territorio martirizzato e sacrificato dalle false promesse di tanti nostri politici”.

da "lecceprima.it"




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7 febbraio 2008

"SALENTO LIBERO". SOGNANDO L'AUTONOMIA REGIONALE

Trascorso il riposo estivo, passate le lunghe sere d’inverno, Mario De Cristofaro s’è rimesso all’opera. Incassata la sconfitta elettorale a maggio (candidato sindaco con i Socialpopolari, sperava almeno in un posto da consigliere), ora il focoso e imprevedibile politico leccese diventa promotore e presidente di “Salento Libero”, un nome semplice e rapido da pronunciare, come una schioppettata, e che si erge a baluardo del progetto “Salento Regione”. Un’idea non certo nuova, ma che, anzi, affonda le radici nel tempo e che ha avuto negli anni l’appoggio trasversale (ma anche l’ostracismo) di parte della classe politica salentina. Il progetto sarà presentato prossimamente nel corso di una conferenza stampa. Ma intanto, le linee guida sono già state diffuse dallo stesso De Cristofaro con una nota divisa in quattro punti.

Al primo passaggio, il movimento culturale, sociale e politico si propone “a quanti sono già favorevoli alla Regione Salento di costituire una federazione (o altro organismo simile) guidata da una personalità super-partes che sia garanzia di unità d’intenti e rispetto dell’autonomia di ciascuna componente”. Punto secondo: “Ai presidenti dei Consigli comunali delle province di Lecce, Brindisi e Taranto” chiede di “convocare le assise consiliari per deliberare la richiesta di creare una nuova Regione che sia omogenea per storia, tradizione ed interessi socio-economici ed il cui territorio coincida in linea di massima con quello dell’antica Terra d’Otranto”.

Al terzo punto, l’associazione si rivolge “ai parlamentari nazionali e consiglieri regionali eletti nelle tre province” chiedendo di “attivare (elezioni anticipate permettendo) con la massima urgenza l’iter previsto dall’articolo 132 della vigente costituzione in materia di fusione e creazione delle nuove regioni ed ogni iniziativa idonea ad ottenere un “pronunciamento” del consiglio regionale pugliese sull’argomento”. La nota si conclude con un appello ai partiti politici, perché inseriscano nei loro simboli “la dicitura Regione Salento in ogni elezione cui parteciperanno nelle province di Lecce, Brindisi e Taranto per dimostrare con i fatti e non con le chiacchiere la loro convinta adesione alla causa”. Insomma, la macchina è già in movimento. Come andrà a finire?

da "lecceprima.it"




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4 novembre 2007

Global warming

La mafia del riscaldamento globale ha il primo pentito.




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2 novembre 2007

5 proposte per rilanciare il mezzogiorno



Fiscalità di vantaggio per il mezzogiorno. Ovvero regime fiscale che preveda una aliquota unica del 12,5% per ire ed ires. No-tax area fino a 15.000 €. Manovra finanziata con tagli netti alle sovvenzioni pubbliche per il sud. Abolizione del sostituto d'imposta per dipendenti di società ed aziende del sud.

Semplice modello unico per autocertificazione e dichiarazione di inizio attività qualunque essa sia.

Abolizione dello statuto dei lavoratori e libera contrattazione individuale per dipendenti assunti in società ed aziende del mezzogiorno.

Libera scelta per dipendenti ed autonomi che lavorano nel mezzogiorno se versare le quote contributive previste dall'attuale sistema pensionistico all'inps oppure ad un fondo pensione di libera scelta.

Trasformazione delle università del mezzogiorno in fondazioni a capitale privato.




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21 luglio 2007

Fa caldo

Per fronteggiare l'ondata di caldo in parlamento è stato presentato un disegno di legge che prevede di eliminare l'estate e imporre l'inverno tutto l'anno.
Immediata levata di scudi da parte dei comunisti spaventati dal fatto che a monte ci possa essere un complotto capitalista per eliminare le ferie.
Il disegno di legge è invece appoggiato dai fascisti che, da buoni romantici, vedono nell'inverno un collegamento col colore nero.
Attualmente qualche mosca bianca liberale sta cercando invano di spiegare al parlamento che non è possibile cambiare per legge il corso delle stagioni. Viene allora tacciata di volere la legge del più forte. Sfiduciata si risiede in poltrona.
I cittadini boccheggiano.




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5 luglio 2007

Decidere.net

Iniziativa poco socialista, non male.
www.decidere.net




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3 luglio 2007

Ecologismi

Per chiudere il buco dell'ozono ora stanno facendo l'auto ecologica, il frigo ecologico, la lavatrice ecologica... solo che costano tantissimo; è il metodo del deputato, per chiudere un buco te ne aprono un altro... ( | )




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13 febbraio 2007

All'attacco

Ed ora tutti addosso alla professoressa, perché la disinibizione è il male assoluto della gioventù. 




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3 febbraio 2007

Festival dell'ipocrisia

Con tutto il rispetto e la commozione che si può avere di fronte alla morte di un uomo, è inaccettabile questo festival dell’ipocrisia, questo trionfo del moralismo falso che scoppia dopo ogni tragedia, in particolare dopo quelle che si ricollegano, o si vogliono ricollegare, al mondo dello sport.

Di pochi minuti fa è la notizia del decesso di un ispettore di polizia in seguito agli scontri ed ai disordini che si sono verificati prima durante e dopo la partita catania-palermo valevole per il campionato di calcio di serie A. Qui non si vuole in nessun modo giustificare atti e atteggiamenti che hanno poco a che vedere col rispetto per il prossimo, ma non è giustificabile neanche che si sputino sentenze e giudizi senza che prima venga verificato con attenzione ciò che è successo realmente. Sono stati già sospesi tutti gli  incontri di calcio in programma per il week-end e tutti i campionati di tutti i livelli a tempo indeterminato. Il trionfo dell’ipocrisia e del moralismo falso che può al più portare ad una esasperazione ulteriore della situazione. I luoghi comuni stanno già saltando fuori dal tubo catodico con grande disinvoltura, chi più ne ha più ne metta.

Chi ha lanciato quella bomba carta probabilmente non intendeva neanche farlo e di certo non intendeva uccidere; in quelle situazioni di agitazione, esaltazione e scariche di adrenalina non si riesce facilmente a rimanere razionali ed a comprendere le conseguenze  che le proprie azioni possono comportare. Di certo una persona di buon senso non si mette in condizione di trovarsi in quella situazione. Ma bisogna comprendere le realtà sociali sottoprodotto di una cultura deresponsabilizzatrice ed oppressiva che è la stessa per la quale si vogliono sospendere i campionati.

Si è parlato di omicidio, di ispettore di polizia rimasto ucciso, ma non si può sovvertire la realtà in particolar modo in situazioni gravi di questo genere. Il poliziotto è morto in un incidente, per le esalazioni provocate da una bomba carta, non per la deflagrazione.

Ma al di là del linguaggio ciò che si può dire con certezza è che siamo di fronte ad un problema sociale. Non è normale che negli stadi ci siano veri e propri eserciti di persone che sentono il bisogno o si trovano nella necessità di provocare delle specie di guerriglie urbane. Se questo avviene vuol dire che esiste un blocco sociale che non può che essere la diretta conseguenza di politiche pervasive anche nella sfera della coscienza degli individui. Si parla già di tolleranza zero, quindi di violenza che chiamerà ulteriore violenza, di un ulteriore interventismo atto ad imporre un’egemonia sulla visione dell’esistenza umana. Ogni volta si deve giungere ai risultati più nefasti per porsi degli interrogativi su situazioni che sono davanti agli occhi di tutti ogni giorno. Perché in italia non è possibile avere stadi sul modello anglosassone dove gli spettatori sono a pochi metri dal campo? Gli italiani sono degli animali mentre gli inglesi no? La realtà è che in italia le condizioni socio-economiche figlie di una cultura che ha una visione paternalistica dello stato producono una società povera e deresponsabilizzata che sente il bisogno di sfogare delusioni e frustrazioni subite nella vita quotidiana e trova queste zone franche nelle curve degli stadi.

Si può anche impiccare in piazza l’autore del gesto efferato, ma non servirà a creare questa tanto invocata “coscienza collettiva” (cosa vorrà dire?), non servirà a “civilizzare” queste persone che se anche cadono nel peccato possono essere scusate perché non siamo componenti di un ordine sociale in cui homo faber fortunae suae ma di un ordine statico in cui molto spesso per ognuno il destino è già segnato alla nascita.

Un uomo è morto, altri ne continueranno a morire.




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22 gennaio 2007

morire per delle idee

Il bombardamento si sta facendo sempre più insistente nelle ultime settimane, iniezioni conformanti di pensiero mainstream che arrivano ad essere quasi letali. Il clima sta cambiando ed è colpa dell’uomo. Inutile provare ad asserire il contrario o si entra nella cerchia di chi vuole sempre più cemento a ricoprire gli ultimi sorsi di vegetazione.

In prima fila in questa campagna di lavaggio dei cervelli e scuotimento delle coscienze e terrorismo psicologico ci sono i più autorevoli organi di informazione, primo fra tutti per la carta stampata il corriere della sera, che dopo le astruse argomentazioni di un sempre più arteriosclerotico sartori impedisce al da quest’ultimo chiamato in causa emilio gerelli di vedere pubblicata la propria risposta al catastrofismo moralista figlio di geni superiori del costituzionalista osteoporotico.

Oltre al succitato gerelli provano a far sentire la loro voce antonio martino, carlo stagnaro e altri personaggi legati al mondo culturale liberista.

Affermare che il clima stia cambiando potrebbe anche essere accettato, al di là del fatto che ultimamente sono sorti forti dubbi sulla veridicità della cosiddetta “hockey stick” che sta ad indicare un forte innalzamento della temperatura terrestre da un certo periodo storico in avanti, anche se bisognerebbe capire bene cosa si intende con “cambiare”; ovvero se si intende che avvengono fenomeni che mai sono avvenuti sul globo terraqueo, in questo caso mi sembra un’affermazione priva di un qualsiasi minimo buon senso, ovvero se invece si vuole far osservare come all’interno di una naturale evoluzione del clima, rispetto ad un precedente periodo caratterizzato da una sostanziale omogeneità climatica, si possono notare parziali fattori di disomogeneità più o meno evidenti. In quest’ultimo caso si potrebbe anche discutere. Ma data pure per buona questa tesi si dovrebbe dimostrare ora che l’attività antropogenica giochi un ruolo così fondamentale nel cambiamento climatico che una piccolissima e parziale riduzione dell’input di gas serra prodotti dall’uomo nell’atmosfera possa aiutare il colonnello giuliacci a sbagliare meno del solito le previsioni meteorologiche.

A questo punto intervengono studi e ricerche prodotte da istituzioni scientifiche vicine al mondo politico che, mettendo in risalto e dando più valore a determinati risultati anziché ad altri, cercano di dimostrare quanto suddetto. Esistono poi anche altri studi che portano all’attenzione dati più che discutibili finalizzati all’ideologico scopo di dare rigore ad una teoria che risulta essere a stento un’ipotesi.

Ma data assurdamente per buona anche questa ipotesi, la soluzione più logica non sarebbe certo quella di bloccare qualsiasi forma di attività umana, totalmente, costringendo alla miseria gran parte della popolazione, parzialmente, costringendone alla fame la parte più povera e debole; ma si dovrebbe al più capire con la miglior precisione possibile a quali fenomeni si andrebbe incontro e quali contromisure sarebbe possibile prendere per difendersi da questi.

Naturalmente già dopo aver dato per buona la prima ipotesi siamo caduti nella fantascienza. Ma, come esistono persone possedute dall’ideologia statale che sono felici di pagare le tasse o lo ritengono un dovere, così bisogna addentrarsi fino allo stesso livello di fantascienza nel contestare affermazioni portate avanti col favore e col fervore della classe politica.




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3 ottobre 2006

Anarchici analitici

Si affaccia al balcone culturale una nuova fronda di liberi pensatori. Automunitisi dell'epiteto di anarchici analitici sono aperti, in buona fede, al dialogo con chi la buona fede non la blatera soltanto ma la esercita di fatto.

Ricordando che il pensiero antistatale dovrebbe provare ad essere scevro dall'abbacinamento ideologico, si cerca il dialogo come strumento di affinamento dell'esposizione e descrizione razionale di un pensiero che rifugga il relativismo nichilista e abbia il carattere assolutistico della coerenza. Sempre sostenuti dalla tensione incessante di un binomio pensiero - coerenza verso il duale ideale verità - natura.




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3 luglio 2006

Bersani: la direzione è comunque quella giusta

Fortunatamente Bersani cerca di smentirmi. Il provvedimento di cui si è reso artefice mira a liberalizzare alcuni settori dell'economia italiana.

Sono piovute però delle critiche che, francamente, non condivido. Ogni liberalizzazione, quantunque imperfetta e limitata, deve essere vista di buon occhio. Certamente il provvedimento è alquanto migliorabile e suscettibile di varie critiche, certamente tende a colpire categorie di lavoratori che sono tradizionalmente ritenute attinenti allo schieramento politico opposto e che non costituiscono potenti lobbies contro cui doversi battersi, ma rimane comunque un progetto di legge che è meglio di niente e che scardina alcuni dei tantissimi privilegi di cui godono determinate classi, determinati ordini professionali (ovvero tutti in quanto ordini).

Pochi di sarebbero aspettati dall'attuale maggioranza un atto che tutto sommato è coraggioso e che confrontato con ciò che è stato fatto dal governo precedente sembra una rivoluzione.
Il timore comunque è che questo resti un caso isolato sulla strada intrapresa dal governo. Ma ciò non giustifica critiche ideologiche in difesa della propria parte politica.




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18 maggio 2006

Il nuovo governo...

Guardando la lista dei ministri, e i nomi e la lunghezza della lista stessa, si può subito notare come chi ha votato a sinistra pensando in un cambiamento non abbia capito un cazzo.




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28 aprile 2006

Intervista a un left-libertarian

Riporto di seguito l'intervista che mi ha gentilmente concesso Luigi Corvaglia, definito da Guglielmo Piombini un ultra-left-libertarian. Un'intervista, questa, che si propone di stimolare il dibattito all'interno del libertarismo italiano troppo spesso appiattito su posizioni "dogmatiche" non sempre condivisibili.


Si parla tanto di right/left-libertarian, libertarismo, anarchismo di destra e di sinistra. Tu ti definisci (o ti hanno definito) un left-libertarian. Questa dicotomia destra-sinistra all'interno del libertarismo stesso dipende soltanto da una visione diversa riguardo la redistribuzione dei diritti di proprietà (chi vi vede un fallimento del mercato e chi no) o v'è qualcosa di più?

Come con tutte le etichette, che sono scorciatoie semantiche, il senso è più chiaro in chi le emette. E' però necessario cercare di fare comunque un pò di ordine. Una cosa è parlare di anarchismo "di destra" e "di sinistra", altro di right o left "libertarianism". Infatti, è invalso l'uso di schematizzare la cosa nei seguenti termini: gli anarchici "tradizionali" (intendo l'anarchismo europeo di tradizione socialista, collettivista, ecc.) definiscono tutti gli "anarco-capitalisti" (anche questa etichetta è piuttosto insulsa e ristretta) come anarchici "di destra", e quindi non autenticamente anarchici. Non stanno troppo a sottilizzare su eventuali differenze all'interno del libertarianism di ascendenza yankee e liberale. Non gli interessa. All'interno, invece, di quest'ultimo filone, si usa definire "left-libertarian" un individuo che concorda con la loro prospettiva del liberismo integrale ma che, nello stesso tempo, sia interessato a preservare un certo egualitarismo e ad evitare sperequazioni ingiustificate. In realtà, un tipo così non può essere definito nè "anarchico" (nel senso europeo), nè "anarco-capitalista", perchè, come mi faceva notare Fabio Nicosia, non esiste in nessuno scritto di autori "left-libertarian" cenno sulla loro concezione dello stato.
Quanto a me, la definizione affiabbiatami da Guglielmo Piombini è nuova: "ultra-left-libertarian". Ne colgo il senso. Vuol dire che, pur appartenendo ad un ambito culturale che lui definirebbe "socialista", le mie concezioni sul mercato configurano una posizione di tipo "liberale" e anti-collettivista. Ritengo che non ci sia bisogno di rivolgersi a Rothbard per arrivare a questo. Bastano Proudhon, Berneri, Tucker, Merlino e, perchè no, anche Armand o Nettlau, se li leggi bene. Tieni conto che molti di questi autori si definivano socialisti. Quindi non sono "promosso" (o "bocciato", dipende da chi mi giudica) al rango di anarco-capitalista perchè rimango ostile ad alcuni dei pilastri della teoria "paleo-libertaria" (ancora un'etichetta); fra questi, che lo sfruttamento sia un concetto senza senso, o che il libertario debba per forza di cose abbracciare una visione conservatrice, laddove non addirittura papista, oppure che le "nazioni per consenso" immaginate da Rothbard e che hanno fatto avvicinare alcuni teorici nostrani a posizioni padaniste e quasi xenofobe siano la via maestra della libertà. Ciò non toglie, però, che ci siano autori d'area "free market" che non condividono questo modo, prioritario in Italia, di intendere il libertarismo.


Certamente si può evidenziare un certo "bigottismo coatto" all'interno dell'area paleolibertarian magari dovuto più ad un tradizionalismo derivante dalla matrice evoluzionistica della legge naturale dei giusnaturalisti à la Rothbard (o meglio dai filosofi moralisti scozzesi a John Locke in poi)

si, ma non lo vedo come l'esito obbligato della matrice evoluzionista.

è pur vero però che per quanto riguarda il concetto di sfruttamento bisogna andare molto cauti. C'è il rischio che si prefiguri come sfruttamento un semplice scambio di beni o servizi tra due parti in cui il vantaggio che ne scaturisce per una parte sia molto maggiore rispetto a quello per l'altra.

Sono pienamente d'accordo. Non ritengo che il concetto di sfruttamento sia applicabile alle transazioni di mercato. Io parlo di un livello "meta". Nicosia ritiene che, se la terra viene considerata in origine come res communis e non come res nullius, come vorrebbero i rothbardiani, l'appropriazione del primo recintatore "rousseauiano" comporta una retribuzione a tutti i non proprietari, senza la quale già quella prima appropriazione è "ingiusta". Da una serie di "peccati originali" non può che derivare un "bias", la riproposizione dell'errore lungo tutta la scala. Ciò non toglie che, in "second best", molto meglio una relazione, per quanto viziata, di libero accordo fra parti diseguali, di qualunque equilibratura di tipo esogeno.


Hai nominato autori che come appunto hai detto si definivano essi stessi socialisti. Come si può combinare l'essenza anarchica del liberalismo integrale con il cliché oggi comunemente immaginato filo-statalista del socialismo?

Il "socialismo" di autori come Tucker o Merlino è da intendersi in un senso ben differente, come differente è il concetto di "capitalismo". Con quest'ultimo intendevano riferirsi non ad un sistema basato sull'accumulo del capitale e così via, bensì ad una casta "politica" costituita dai monopolisti innervati allo stato, cioè alla cancrena politica che impediva il libero mercato. Socialismo era quindi, per questi autori - ma anche per Proudhon -, una condizione di eguaglianza nell'accesso al credito e la distruzione dei cartelli e delle rendite parassitarie, possibile solo senza stato. Libero mercato e socialismo finiscono così per coincidere.


Nel passaggio da una società basata sull'ordine statuale ad una società libera deve essere riportato nell'ambito privatistico l'esercizio di tutte quelle attività in precedenza di esclusiva competenza dello stato o alcune vanno eliminate completamente?

Io, per esempio, sono fra quanti ritengono il carcere e l'intero sistema penale come qualcosa di aberrante. Però credo che niente debba essere deciso "a-priori", sulla base della weberiana etica dei principi. E' chiaro che tutto quello che è richiesto dal "mercato" debba essere legittimamente fornito. Una volta disfattici dello stato, si potranno sperimentare dei sistemi alternativi di mediazione dei conflitti (e parlo di sistemi al plurale, perchè anch'essi sottoposti a regime di concorrenza). Così, a differenza della buona parte dei "libertarians", che ritengono il welfare qualcosa di cui disfarsi senza mezzi termini, noi (su questi temi stiamo lavorando con Nicosia, LaConca e altri) stiamo immaginando una transazione al mercato delle funzioni dello stato sociale che permetta di mantenerne le caratteristiche "democratiche". Fra gli ingredienti di questa ricetta ci potrebbe stare l'idea warreniana del costo come limite del prezzo.


Il libertarismo nasce con l'"esperimento americano"?

Beh, qui uso distinguere fra ethos ed epistheme. Mi sembra più corretto. Infatti, tenendo conto di entrambi gli aspetti, possiamo dire che, paradossalmente, il libertarismo ha una breve storia ma un lungo passato. In termini di ethos, l'idea di una sovranità dell'individuo e di una società frutto del libero arrangiamento degli uomini è antica e si può, certo, vederne la più chiara manifestazione nella esplosione di ottimismo della vergine america degli albori. Ma quel grande laboratorio di utopie (rubo la definizione a Creagh) dava luogo alla sperimentazione di idee la cui gestazione era ancora più antica, ritrovandosi i germi di questo pensiero già nel radicalismo liberale inglese. Da questo punto di vista, quindi, si potrebbe perfino effettuare una retrodatazione dell'idea libertaria.
A voler, invece, essere più rigorosi, il libertarismo è un fenomeno moderno, la cui compiuta manifestazione avviene solo con l'opera di Murray Rothbard, perchè, se pur è vero che gli accenti ed i richiami alla tradizione individualista americana, filtrata attraverso tutti gli autori che, dall'ottocento in poi hanno ragionato sui temi della libertà individuale, sia ancora forte in quello che viene definito l'anarco-capitalismo, non si può parlare di libertarismo prima della rivoluzione economica marginalista ad opera della scuola austriaca. Ne è elemento fondamentale e pietra di volta. Per questo motivo, non mi convince il continuo tentativo di arruolare post-mortem gli anarchici ottocenteschi americani nel libertarianism, in quanto operanti in tutt'altra società ed economia e, soprattutto, perchè ancora legati alla concezione del valore-lavoro.



Penso che comunque la rivoluzione operata dalla scuola fondata da Carl Menger segni un passo importante in tutto il mondo libertario, rappresenta in un certo modo un'evoluzione del pensiero anarchico portando al centro delle scienze sociali il problema della formazione spontanea delle istituzioni.

Che l'opera degli austriaci sia stata fondamentale per l'evoluzione del pensiero economico, è verità inconfutabile, ma dire che per l' "anarchismo" il lavoro dei marginalisti abbia rappresentato una occasione di evoluzione mi sembra opinione che sopravvaluta gli anarchici. A parte il libertarianism anarco-capitalista, al quale pure tante storture si possono imputare, le concezioni austriache, mi sembra, non hanno fatto minimamente breccia all'interno del pensiero antistatale. Soprattutto, non in quello di specchiato pedigree continentale. Ne parlavo l'altra sera al telefono con LaConca, il quale mi diceva che, secondo lui, i marxisti, che sono economicamente degli inetti, al cospetto degli anarco-collettivisti, sono dei geni economici. Questa totale ignoranza delle questioni economiche condanna l'anarchismo, nella libreria della storia del pensiero, allo scaffale delle chimere che hanno goduto di un quarto d'ora di plausibilità.
Basta sfogliare un po' delle riviste anarchiche per rendersi conto che la preponderante vulgata libertaria è incentrata su una concezione classista, ottocentesca e pre-marginalista. Una sorta di marxismo senza Marx.
L'autopoiesi, la formazione spontanea delle istituzioni è delegata alla naturale, e generalmente soffocata, spinta di quell'organismo senziente e uniformemente volitivo su cui ironizzava Berneri. Siamo quindi ben lontani dalle critiche all'organicismo ed allo scientismo di un Von Hayek.



La secessione può essere uno strumento importante nella diffusione della libertà o, moltiplicando il numero di stati, di agenzie monopolistiche dell'esercizio della coercizione, tende a diventare controproducente nell'ottica libertaria? 
Perché i salentini dovrebbero appoggiare un movimento volto a raggiungere l'indipendenza del salento? Come sensibilizzarli riguardo questo tema?


Si, l'autodeterminazione dei popoli è uno dei fondamenti dell'ottica libertaria e, anche nella tradizione "socialista", si sottolinea molto la logica federalista. Il discorso del Salento, terra assolutamente unica e non omologabile alla Puglia, per cultura, lingua, tradizioni, architettura e quant'altro, è un chiaro esempio di luogo geografico e umano che meriterebbe maggior spirito di autodeterminazione. Abbastanza condivisibile, in linea di massimo, la concezione di Hoppe sulla concorrenzialità fra piccoli stati. Ritengo, però, che il secessionismo di cui si fa alfiere il paleo-libertarismo italiano non tenga conto di quanto lo stesso Bruno Leoni disse, cioè che il padrone vicino non è necessariamente meglio del padrone lontano. Voglio dire, non è affatto detto che, usando un filtro libertario, un piccolo stato sia sempre preferibile ad uno grande. Che quindi sia preferibile un piccolo stato in cui viga l’esclusione e la discriminazione nei confronti di “stranieri”, omosessuali, tossicodipendenti ecc., ad un grande stato che garantisca maggior difesa dei diritti individuali. Eppure i paleo, riescono ad affermare ciò in base alla logica per cui i "tax payers" sono quanto di più vicino esista ai proprietari di un territorio, pertanto, se essi vogliono discriminare, ciò è "libertario".
L’unica discriminante, allora, fra ciò che è desiderabile per un libertario e ciò che non lo è si riduce all’esser quella data cosa “privata” (buona) o “pubblica” (cattiva). Si ha la netta sensazione che, più che tutelare il dinamico ed autopoietico mercato, si miri a difendere la statica proprietà, più che valutare gli aspetti aggregativi del primo, si voglia sottolineare quelli di esclusione della seconda.
Un altro problema io lo vedo nella questione delle "scelte collettive". Insomma, ridotto il leviatano a infiniti leviatani in erba, le scelte pubbliche dovrebbero sempre essere effettuate mediante un voto, magari di democrazia diretta (la critica colpisce anche l'anarco-comunismo di Bookchin e soci, ovviamente), ricreando, certo in scala minore, la dittatura della maggioranza. Ma nel mercato nessuna minoranza è obbligata a soggiacere ai diktat della maggioranza. Non si esce da una concezione territoriale, quando il proudhoniano “federalismo delle differenze” potrebbe configurarsi sul modello della coesistenza che possiamo ritrovare nel mercato, nella libera concorrenza fra sistemi di pratiche e di norme insistenti contemporaneamente sul medesimo territorio, come suggeritoci, per fare un esempio, da Max Nettlau quando propagandava l’idea di an-archia come poli-archia. Capisci che, a questo punto, pur rimanendo l'opzione secessionista praticabile e talvolta dotata di senso, la questione dei "confini" e della sovranità entro tali limiti perde senso.



Quale futuro per il libertarismo italiano? Quali prospettive a breve-medio termine?

Il libertarismo italiano, se sotto questa etichetta vogliamo racchiudere gli anarchismi di destra e di sinistra, mi sembra ostaggio di conventicole piuttosto integraliste. L'anarco-capitalismo, ad esempio, ha preso nel nostro paese una china che potrei definire "teo-con" e reazionaria. Il futuro, dunque, partendo da queste premesse, non mi entusiasma. Credo che vada introdotta anche qui della concorrenza. Alcuni di noi stanno cercando di dar luogo e voce a posizioni critiche, affrancate dai dogmi emanati dalle varie scuole dell'anarchismo, sia esso socialista quanto "capitalista". Quali, dunque, le prospettive? Quanto questa crescente fronda intellettuale comporterà nel dibattito e nelle realizzazioni del libertarismo italiano dipenderà solo dalla nostra capacità di incidere e questa, a sua volta, dalla disponibilità al dialogo da parte dei nostri interlocutori. Pertanto, lo scenario è aperto. Sono fiducioso.




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7 aprile 2006

Da Nietzsche alla sinistra

Sono più che mai attuali le parole seguenti pensate rivolte a quanti oggi hanno il cervello preso in ostaggio dal falso moralismo, dai luoghi comuni e da un buonismo utopico (oggi alquanto presenti nel pensiero di chi sovente suole schierarsi politicamente a sinistra) che nascondono la brama di potere, la volontà di imperare sugli altri, l'odio e la violenza.
Ogni riferimento a qualsiasi politico amante dello statalismo è puramente voluto.

"[..] ho ritrovato il teologico istinto dell'arroganza ovunque oggi ci si senta <<idealisti>> - ovunque, in virtù di una superiore prosapia, si rivendichi il diritto di guardare alla realtà con un senso di superiorità e di estraneità... L'idealista, precisamente come il prete, ha in mano tutti i grandi concetti (- e non soltanto in mano!), con bonario disprezzo li mette in giuoco contro l'<<intelletto>>, i <<sensi>>, gli <<onori>>, il <<ben vivere>>, la <<scienza>>; vede tali cose sotto di sé, come forze nocive e traviatrici, sulle quali <<lo spirito>> si libra nella sua pura per-seità - come se l'umiltà, la castità, la povertà, in una parola la santità, non avessero recato fino ad oggi alla vita un danno indicibilmente maggiore di qualsiasi mostruosità e vizio..." - Friedrich Nietzsche -




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19 marzo 2006

Teleidioti

Non so se riuscirò a resistere ancora a questa campagna elettorale, soprattutto sapendo che manca un mese alle elezioni. E nonostante manchi un mese non sanno già più cosa dire, ripetono sempre le stesse cose; fortuna che c'è quell'animale da palcoscenico qual è berlusconi che ogni tanto dà spettacolo, oggi se l'è presa con della valle - uno che sa il fatto suo - e ha quasi rinfacciato alla confindustria di non averlo appoggiato nonostante dall'altra parte ci sia un mix di pensieri, idee, ideologie ognuna con un peso decisivo e in grande contrasto tra loro, tra cui alcune che di certo non considerano la libertà d'impresa appartenente alla natura umana.
La povertà di idee (buone) è testimoniata anche dal faccia a faccia berlusconi-prodi che è servito solo a testare la qualità di chi ha truccato i due contendenti. Difatti, almeno personalmente, sapevo la risposta che avrebbero dato a ogni domanda prima ancora che si pronunciassero (non a caso mi è bastato guardare 2 minuti, il giorno dopo ho solo avuto conferme). Da un lato uno come prodi che rappresentando una coalizione forse troppo vasta deve dire tutto e niente per non scontentare nessuno, rimanendo quindi nel vago e nel teorico affermando solo principi morali per di più assolutamente non condivisibili; dall'altra parte berlusconi che ha continuato a dire sempre le stesse cose tagliando di netto col passato, abbandonando, cioé, definitivamente la linea un po' liberista del '94 e ancora meno liberista del 2001 per piegarsi alle volontà neodemocristiane e conservator-socialiste dei suoi alleati e dei componenti del suo stesso partito.
Ecco perché penso che su chi abbia guardato lo scontro per più di 2 minuti, che non sia un giornalista, abbia ragione oliviero toscano (non me ne vogliate). Ormai il fatto politico può provocare interesse solo se lo si guarda come un gioco, una sorta di scommessa per poi vedere chi vince. Ma siccome la vita di milioni di persone è più importante di un gioco preferisco non andar dietro ai protagonisti del gioco-giogo politico e godermi le bellissime giornate grigie e tristi del 9-10 aprile passandole a casa o in gita o in ozio di certo non ad un seggio o schiavo del tubo catodico o del cristallo liquido che mi invia l'immagine della faccia di prodi o di berlusconi, di sicuro di vespa.




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10 marzo 2006

Altro test

Ecco un altro test, ché tra sondaggi e campagne elettorali un test fa sempre bene.
Ed ecco il mio risultato, dopo l'ultimo mi riprendo un pò:




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8 marzo 2006

Nasce quartiere libertarian



Nasce quartiere libertarian, un rifugio per "pazzi libertari fieri della loro follia"




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1 marzo 2006

Test

Se avete tempo da perdere e volete fare un test inutile andate qui.
Questo il mio risultato:




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1 marzo 2006

Contrappello per l'occidente

Astrolabio propone un contrappello per l'occidente che faccia più attenzione al tema della libertà; io l'ho sottoscritto forse proprio perché è più un manifesto alla libertà che alla difesa dell'occidente e dei suoi valori, vista la mia strafottenza sul tema del terrorismo internazionale (direte: speriamo allora che facciano saltare in aria te). Di seguito ciò cha ha scritto astrolabio:

"Noi crediamo che tutti gli uomini siano nati liberi, e che la libertà di cui sono dotati dalla nascita sia un loro diritto. Noi crediamo che ogni uomo abbia il diritto a vivere. Crediamo che questi due diritti appartengano a tutti gli uomini in quanto tali, senza distinzione alcuna, che sia di razza, di sesso, di fede, di età, di condizione sociale eccetera. Crediamo che lo stato sia giustificato solo come protettore di questi diritti. Crediamo che lo stato sia un’istituzione nata dai cittadini per i cittadini, i cittadini non sono servi dello stato, ma sono servi e sovrani solo di loro stessi medesimi. Lo stato non può limitare la vita o la libertà dei singoli cittadini se non per gravi e giustificati motivi atti a preservare la vita e la libertà stesse. In particolare lo stato non può fare leggi o agire in modo tale da limitare: la possibilità di esprimere il proprio pensiero e le proprie opinioni, la possibilità di muoversi all’interno del territorio e di lasciare i confini nazionali, la possibilità di associarsi, la possibilità di lavorare e di godere dei frutti del proprio lavoro, ivi compresa la proprietà privata e la possibilità di scambiare liberamente i propri beni legittimamente acquisiti. Se lo stato non adempie la sua funzione, diventando tiranno, i cittadini hanno il diritto di insorgere contro di lui. Se lo stato non garantisce la protezione di questi diritti, i cittadini hanno diritto a difendersi da soli o l'uno con l'altro. Crediamo che la libertà faccia parte del diritto dell’uomo a perseguire la propria felicità nel rispetto degli altri, a dare un senso alla sua vita. Crediamo infine, che la libertà sia il più grande motore per il progresso dell’umanità."




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25 febbraio 2006

Le ragioni del non voto

Dopo aver letto il programma della cdl è mia sempre più forte convinzione che la soluzione migliore sia non andare a votare. Per questo ripropongo un vecchio libro di Alberto Mingardi, ora liberamente scaricabile da qui, in cui l'autore attraverso le suggestioni di Giorgio Gaber, di Fabrizio De André e di Wendy McElroy spiega le ragioni dell'astensionismo, "Le ragioni del non-voto" appunto. Poche piacevolissime pagine da leggere al di là del giudizio o pre-giudizio che si ha sull'astensionismo, per poter giudicare con un pò di consapevolezza in più.




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24 febbraio 2006

Ma dov'è finito lo slogan "giù le tasse su i valori"?

Ma dov'è finito lo slogan giù le tasse su i valori? è stata definitivamente abbandonata la linea liberista da parte del governo. Indiscrezioni sul programma del centrodestra parlano addirittura di correzioni dal pugno dello stesso berlusconi del tipo: "progressiva sostituzione dell'irap" anziché "...riduzione", nessun riferimento all'ire o irpef.. e promesse populiste tipo tutto gratis per tutti anzi no, solo per i meno agiati ovvero incentiviamo a non lavorare e a non impegnarsi per riuscire nella vita. Da un buon programma quale quello del '94 si è tornati pian piano (ma neanche tanto) alla solita solfa statalista, demagogica e conservatrice (nell'accezione negativa).




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"per chi viaggia in direzione ostinata e contraria
col suo marchio speciale di speciale disperazione
e tra il vomito dei respinti muove gli ultimi passi
per consegnare alla morte una goccia di splendore
di umanità di verità"

(Smisurata preghiera - Fabrizio De André)


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